sabato 2 giugno 2012

Pochi momenti come questi belli


Da molti anni, abbiamo una fenomenologia del calcio che si nutre, oltre che di simboli, di studi sociologici e linguistici. Espressioni calcistiche si sono inserite nel linguaggio della politica (lo “scendere in campo” di un ex presidente del consiglio); leggiamo ovunque metafore pallonare (chi ha un po’ più di anni, come me, ricorda il verbo "dribblare", usato in caso di comportamenti che schivavano ed evitavano). Resistono le partite nei campetti di oratorio, di periferia; nelle località di mare, la partita nel “gabbione” o sulla spiaggia è imperdibile. Il calcio ha prodotto istantanee stampate nel nostro immaginario: la rovesciata di Parola; il gol di Pelé su Burgnich; l’urlo di Tardelli. I miti, i simboli: penso a questo, quando ascolto le notizie sullo scandalo delle scommesse. Dice l’uomo della strada: ma come, guadagnano, a certi livelli, cifre iperboliche, incredibili, e poi lucrano anche sui risultati e vendono le partite? Ha terribilmente ragione. Scriveva il poeta Pier Paolo Pasolini, che era un grande appassionato di calcio e che lo giocava volentieri: «Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica». Se il calcio non farà grande, profonda, radicale pulizia (sempre che ciò sia possibile, sempre che l’infezione non consenta il recupero dell’arto), quella poesia, quella sovversione del codice, quel momento irripetibile da descrivere (ci ha provato un poeta, Umberto Saba), in cui le persone sono felici, esultano, si abbracciano: “Pochi momenti come questo belli,/a quanti l’odio consuma e l’amore,/è dato, sotto il cielo, di vedere” non sarà più. E allora, a che cosa servirebbe, senza simboli, senza poesia, senza sovversione, senza felicità, un campo in cui ventidue persone in calzoncini rincorrono un pallone?

sabato 26 maggio 2012

La vera bellezza


Ho trovato, su una bancarella, un aureo libretto dei tempi andati: un “Breviario di letteratura infantile”, di Lina Passarella, editrice La Scuola. L’anno era il 1944: annus horribilis, tra i tanti, per il nostro Paese e per il mondo intero. La Seconda guerra mondiale era in pieno svolgimento, tra battaglie, massacri, bombardamenti, sbarchi. L’Italia, occupata dalle truppe tedesche; le forze alleate avanzavano, le città si liberavano, avvenivano le stragi: Sant’Anna e Marzabotto, per tutte. Eppure, la signora Passarella scriveva dell’educazione dei bambini, e scriveva dei libri, e della bellezza. “La vera bellezza ha il tono dell’eternità. I libri belli adatti ai bambini e ai fanciulli sono belli per tutti, anche per gli adulti […]”. Proseguiva, con un ragionamento dalla struttura gentiliana, dicendo che la misura artistica, la precisione del linguaggio scientifico, la coerenza di orientamento spirituale di fronte ai problemi morali, sociali, politici, religiosi non erano che manifestazioni di onestà. Il filosofo Giovanni Gentile elaborò un sistema di pensiero, l’attualismo, che informò di sé in maniera rilevante la cultura italiana tra le due guerre mondiali. Ostinatamente fedele al fascismo, pagò con la vita, in quello stesso 1944, la sua adesione al regime, ucciso a Firenze da un comando gappista. Ma leggiamo ancora: “Ha una bellezza tutta sua e grande questo fluire della vita pratica nell’arte e dell’arte nella vita pratica”. Non conosco la storia personale ed intellettuale di Lina Passarella, né i suoi orientamenti politici. Trovo però singolarmente interessante che, in tempi procellosi, si perseguisse la strada dell’unitarietà di arte, etica, bellezza, vita pratica; di vita contemplativa e vita attiva. Una declinazione coerente del “cerchio magico” dell’attualismo gentiliano, scovata in un libretto acquistato su una bancarella. La cultura semina. La cultura dissemina se stessa.

sabato 19 maggio 2012

La filosofia declinabile


Si parla, spesso, di filosofia di vita. O di filosofia del corso delle cose. Una filosofia dell’esserci, della ragion pratica: e si giunge alla filosofia della cucina. O del gioco del calcio. Parlando in linea generale, è un bene, secondo me, che saperi grandi, alti e robusti siano declinabili anche negli aspetti della vita quotidiana. Solo che dovremmo rispettare, come in tutte le cose, il limite del buon gusto e dell’ironia, o autoironia, peraltro difficilmente definibile. Il grande scrittore e polemista austriaco Karl Kraus ebbe a scrivere di avere capito dove si fossero spostati i limiti del linguaggio, quando udì definire un cavallo, vincitore di gare, “geniale”. E così, abbiamo potuto leggere in svariate occasioni della “filosofia” di Mourinho: la filosofia del “zero tituli”. Anche se, per dire, sono fermamente convinto che, in cucina, si possa senz’altro esprimere una forma di filosofia, nel senso dell’apprendimento intellettuale, sensoriale e gustoso di un sapere, o un insieme di saperi, in cui l’elemento del sapere tecnico si combina con la capacità di manipolazione, ma anche di ragionamento e previsione. Un piatto si cucina con la mente, prima che con le mani. Esattamente come nel recitare una poesia, si può ripetere pedissequamente la ricetta contenuta nelle pagine di un libro, come elaborare varianti di intonazione ed interpretazione. Accade, quindi, che un filosofo rigoroso come Tullio Gregory abbia firmato la sezione “cucina filosofica” del Festival della Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, prendendo spunto, per ideare i menu, dai simboli della fortuna: la ruota, la sfera, la benda, le ali, il mare ondoso, in un profluvio di gusti e profumi, passando dal cibo della fortuna, a base di riso, alla ruota della fortuna, espressa dalle rotondità di rosette, tortelli e zampone, per giungere alle ali della fortuna, con oche, polli, galletti, faraone. Su tutto, la cornucopia, simbolo di abbondanza. In tempi di crisi, il piacere della cucina, fisico e intellettuale, è un gran guadagno.

domenica 13 maggio 2012

I frutti di Demetra


Una donna a cui viene rapita la creatura. È Demetra. Persefone, la figlia adorata, viene sottratta alla luce e alla madre dal dio degli inferi, Ade, che, per imprigionarla nel suo regno sotterraneo, le fa mangiare un melograno. Perché questo frutto? La simbologia è trasparente: il melograno lo si coglie. Cosa fa, Demetra? Toglie la fertilità alla Terra. La Terra diviene sterile. Immaginiamoci una Terra sterile. Anni fa (1983), un film, “The day after”, che i cinofili reputano di serie B, ma che influenzò moltissimo l’immaginario di una generazione, mostra gli effetti del dopo bomba atomica. È così che doveva presentarsi la Terra inaridita dal dolore di Demetra: grigia, opaca, polverosa, lunare senza la magia della Luna. Ma è potente anche l’immagine di Demetra che vaga per ogni dove, ululando, disperata, folle di dolore per la figlia. Lei, per la quale il poeta Callimaco scrisse: “Quando passa il canestro, dite, o donne:/Salve Demetra, molte volte salve,/generosa di cibo, ricca a staia”. Demetra ritrova Persefone, la figlia, e il responso finale è che la giovane donna dovrà trascorrere sei mesi con la madre e sei mesi con lo sposo. È, chiaramente, il ciclo delle stagioni. Ma è anche il riconoscimento del fatto che una donna non deve consegnarsi completamente all’ordine del maschio, ma può ancora stare nel discorso materno. “Salve Demetra, molte volte salve, generosa di cibo, ricca a staia. E come sono quattro le cavalle di chioma bianca che il canestro tírano, così la grande dea; molto potente, verrà portando bianca primavera e bianca estate e inoltre inverno e autunno e ci proteggerà da un anno all'altro”. Io credo che molti uomini compiano atti di violenza truce sulle donne, perché non sanno e non vogliono riconoscere quella potenza. La potenza della nascita, del dar vita, della primavera che”non bussa, ma entra sicura”: come scrisse un uomo, Fabrizio De André. “Salve, dea, conserva questa città in concordia e in opulenza. Porta tutti i prodotti della terra, ai buoi da' nutrimento, porta i frutti, porta la spiga, da' la mietitura, anche la pace nutri, perché mieta, colui che arò”.

sabato 28 aprile 2012

Maestro di verità


John R. Searle, pensatore che si occupa di filosofia del linguaggio e di filosofia della mente, sostiene che la realtà "naturale" è del tutto indipendente da ogni umana rappresentazione perché è una questione di particelle, descrivibile in toto con le leggi della chimica e della fisica. Il mondo è uno e tutto determinato da processi biofisici; poi però ci sono gli umani, che, grazie al linguaggio, creano e rappresentano gli atti sociali in base all’intenzionalità collettiva come “conseguenza naturale della nostra struttura biologica”. Così ne parla, con mirabile sintesi, Francesca Rigotti. È il cosiddetto “nuovo realismo”, che, come giustamente sottolinea Rigotti, mette a rischio il contributo fondamentale che le metafore portano alla nostra capacità cognitiva. Se ogni realtà è indipendente da ogni umana rappresentazione, per esempio, si perde il “di più” che la parola poetica è capace di dare sulla realtà stessa. “Una buona rinfresca l’intelletto”: lo diceva Ludwig Wittgenstein. Secondo il pensatore austriaco, le risposte ai nostri problemi ed alle nostre inquietudini intellettuali non possono venire soltanto da mosse e strategie teoriche, ma dal mutamento del nostro modo di vivere. Di qui, la particolare evidenza, ad esempio in Robert Musil, dell’elaborazione letteraria in termini di metafora delle strutture concettuali e teoriche più astratte. Quasi come se, per conoscere la verità, una buona metafora fosse davvero essenziale. La poesia, fosse essenziale. Io ne sono convinto. L’amore può essere descritto come un fatto di ossa, muscoli, nervi, circolazione sanguigna eccetera, ma cosa è l’amore, ce lo dice solo la poesia. Leggiamo questo brano di Marcel Detienne (« Les maitres de vérité dans la Grèce archaique ») : « Funzionario della sovranità o encomiante la nobiltà guerriera, il poeta è sempre un "Maestro di verità". la sua "Verità" è una verità assertiva; nulla la contesta, nulla la dimostra. "Verità" fondamentalmente diversa dalla nostra concezione tradizionale, aletheia non è l'accordo della proposizione e del suo oggetto, nemmeno l'accordo di un giudizio con altri giudizi; essa non si oppone alla "menzogna"; non vi è il "vero" di fronte al "falso". La sola opposizone significativa è quella tra aletheia e lete. A questo livello di pensiero, il poeta è veramente ispirato, se il suo verbo si fonda su un dono di veggenza, la parola tende a identificarsi con la "Verità"»

sabato 21 aprile 2012

Un esempio di bene comune


A Berlino, città d’Europa tra le più dense di storia e di cultura, nidificano 130 specie di uccelli e crescono 420 mila alberi. “Unter den Linden”, il viale dei tigli, è una delle strade più belle ed evocative della città: quando questa era sfregiata dal muro, i tigli stavano nella parte orientale. Attigua al viale c’è la Bebelplatz. Qui, il 10 maggio 1933, nell’allora “piazza dell’Opera”, i nazisti bruciarono, in un immane rogo, circa 25.000 libri ritenuti pericolosi. La distruzione è ricordata da un'opera di Micha Ullman: un pannello luminoso, inserito sulla superficie della strada, che lascia intravedere una camera piena di scaffali vuoti. Accanto, una targa con una citazione di Heinrich Heine, il grande poeta romantico, progressista, che aveva denunciato la “caserma prussiana”: «Quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone». Adesso sappiamo quanto queste parole fossero tragicamente premonitrici. Recentemente, nella stessa piazza – intitolata nel 1947 all’uomo politico socialdemocratico August Bebel – si è svolta la mostra “United Buddy Bears”: oltre 140 sculture a forma di orso, ognuna creata da un artista diverso, che si tengono per mano l'una accanto all'altra, a simbolo della tolleranza e della convivenza pacifica tra le culture e le religioni. La città cosmopolita, spregiudicata e colta degli anni prima del nazismo, la città che fu poi simbolo del potere hitleriano, devastata dalla guerra, il cui Reichstag, il Parlamento, ha oggi una cupola di vetro – trasparenza e luce –possiede un enorme spazio libero: l'ex-aeroporto Tempelhof, che è adesso un Volkspark (parco pubblico). Nel 1926, qui nacque la Lufthansa; nel 1936, venne costruito l’edificio forse, al tempo, più grande del mondo. 1,3 chilometri di saloni di granito in cui gestire il traffico aereo ed accogliere i viaggiatori nel Reich che si definiva millenario. Nel 2008, l’aeroporto viene chiuso. La vasta superficie all'aperto di 386 ettari e uno dei più grandi edifici del mondo, il tutto in una zona centrale, sono destinate ad un uso pubblico: diventano un bene comune. Non so: sono rimasto affascinato da questa cosa. Il vuoto di un tale spazio nel pieno della città. Il verde, le piste ciclabili, quelle per skateboard o per jogging; superfici per grigliate o per cani o per picnic. Lo spazio, insisto: lo spazio, per tutti. Gli ingressi aperti dall'alba al tramonto. Non so: mi sembra una bella metafora per il bene comune, per l’amministrazione pubblica, per il concetto filosofico e spaziale di apertura.

domenica 15 aprile 2012

Il labirinto

C’è un agire politico di matrice aristotelico- cristiana (l’agire politico è in vista del bene comune della città) e uno, definibile realistico-machiavellico (l’agire politico è autonomo dall’etica e chi governa non è giudicabile con le norme con cui si giudicano le persone comuni). Così scriveva Norberto Bobbio, importante filosofo della politica. A ciò faceva seguire il richiamo ad una azione politica condotta con rinnovato senso etico, affermando che “ il fondamento di una buona repubblica, prima ancora delle buone leggi, è la virtù dei cittadini”. Una virtù pubblica è la mitezza: è la “non violenza attiva” di Gandhi, la politica non violenta del mite, che rispetta l’altro, lo accetta per quel che è, lo aiuta a realizzare se stesso e gli riconosce i suoi diritti. In un passo della sua “Autobiografia” dedicato a «il problema della guerra e le vie della pace», Bobbio parla del labirinto “Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d’uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un’altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro”. È insomma necessario che “non ci si butti mai a capofitto nell’azione, che non si subisca passivamente la situazione, che si coordinino le azioni, che si facciano scelte ragionate, che ci si propongano, a titolo d’ipotesi, mete intermedie, salvo a correggere l’itinerario durante il percorso, ad adattare i mezzi al fine, a riconoscere le vie sbagliate e ad abbandonarle una volta riconosciute”. Note che il vostro commentatore ha voluto riprodurre integralmente, quasi un viatico ed una speranza per attraversare il labirinto della nostra vita quotidiana, pubblica e privata. “Come ho detto tante volte, la storia umana, tra salvezza e perdizione, è ambigua. Non sappiamo neppure se siamo noi i padroni del nostro destino”. Ma dobbiamo agire come se lo fossimo.