Friedrich Engels non fu solo amico fraterno di Karl Marx e suo mecenate, ma studioso notevole, in specie di, potremmo dire, sociologia economica. In un suo scritto, “Violenza economica”, Engels, per contestare la teoria di Karl Dühring, economista tedesco, sul primato della violenza e sulla “proprietà fondata sulla violenza”, parte dalla teoria marxiana sul “diritto di proprietà”, che, con lo sviluppo della produzione di merci, diventa “diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito”, per cui “la separazione tra proprietà e lavoro diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla loro identità”. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche, nota Engels, “senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, della violenza, dello Stato o di qualsiasi interferenza politica”. Questa analisi lucida ed impietosa della potenza dell’economia, che detta le proprie condizioni al di là della politica, torna alla memoria inevitabilmente, quando si analizza la situazione di questi nostri tempi. Recentemente, il sociologo tedesco Wilhlem Heitmeyer ha affermato che “il principio di razionalità insito nell’economia ha permeato sempre più il nostro modo di pensare, facendosi strada nei salotti, nelle scuole, nelle relazioni sociali. E secondo questi standard, gli immigrati, i senzatetto, i disoccupati, gli inabili valgono meno …”. E non ci sono segnali di vero e proprio conflitto, ma “apatia e disorientamento”. Di più: pare che l’intera economia sia a rimorchio del sistema finanziario. Il linguaggio della finanza ha permeato ogni ambito della civiltà, del discorso quotidiano. Michael Wood ha ricordato che “a uno studente di Oxford che le aveva detto di volersi laureare in storia, pare che Margaret Thatcher abbia risposto: “che lusso”. Ovvio: la storia non è “utile”. Ma studiare la storia, per esempio, insegna che i mercati non esistono senza un insieme di regole, procedure, strumenti operativi cui devono sottostare operatori ed agenti; il laissez faire è mera ideologia – questa sì – inapplicabile nelle società organizzate. L’assetto dei mercati incide sulla struttura dell’offerta e della domanda, sulla determinazione dei prezzi e sulla formazione di eventuali sacche di privilegi. Su questo dovrebbe intervenire la politica, per eliminare storture ed eccessi. Ma la politica sembra paralizzata e prigioniera, tra i tanti, delle agenzie di rating. Intanto, i regolamentatori USA hanno proposto di eliminare ogni ruolo di queste agenzie nella valutazione di rischi finanziari. Cosa auguriamo? Che la politica riprenda il suo posto. Di mediazione e di relazione.
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venerdì 23 dicembre 2011
sabato 22 ottobre 2011
Filosofia o Prozac
Pare che, oggi, infilare nel titolo di un libro la parola “filosofia” o il nome di un filosofo sia un buon viatico per il successo. Fame di conoscenza, o fenomeno di moda? Tra i tanti, ricordo, non recentissimo ma molto gradevole, “Platone è meglio del Prozac”. Mi viene da pensare che, se il grande Charles Schulz avesse disegnato oggi Lucy, non l’avrebbe posta in un box con il cartello “Psychiatric Help 5 Cents”, bensì “You need philosophical help”. In un mondo che chiede e nega, al contempo, autonomia, la capacità di darsi norme e regole per conto proprio, la filosofia fornisce strumenti, parole e terreno di sviluppo. Aiuta le persone ad affrontare i dilemmi etici, compresi quelli legati ai grandi temi della vita e della morte. Alain de Botton fa degli argomenti filosofici dei veri e propri “self help books”, perché “consolazione viene da cultura. L’educazione è decisiva. Ma chi la produce non sembra consapevole del fatto che la cultura è consolante e aiuta. Abbiamo bisogno di didattica, apprendimento, insegnamento. Non siamo solo esseri indipendenti, razionali, individuali. Abbiamo bisogno di parole come moralità, consolazione, guida”. Alla filosofia si chiede un’azione terapeutica sull’autostima individuale e sulla capacità di stare al mondo, interpretandolo. Già il filosofo Boezio, vissuto a cavallo tra il V ed il VI secolo dopo Cristo, incorso in disgrazia politica aveva cercato conforto nelle riflessioni filosofiche, scrivendo la sua grande opera “De consolatione philosophiae”. Una vocazione terapeutica, consolatoria, pratica della filosofia. D’altronde, Boezio sa che l’unica vera conoscenza che vada al di là del nostro presente è quella divina, perché ciò che per noi è futuro, per Dio è presente. Solo Dio conosce pienamente il futuro: ogni evento é l'effetto di una causa, e Dio, conoscendo le cause, conosce simultaneamente anche i loro effetti, e poiché la volontà umana fa parte delle cause che danno luogo a eventi, Dio conosce anche quale é la volontà dei singoli, benché il fatto che egli la conosca non significhi che egli annulli la libertà del volere. Tommaso dirà: come quando vediamo un vascello e sappiamo già quale sarà la sua rotta, ma non per questo possiamo influenzarla, così Dio sa già come ci comporteremo ma non per questo limita la nostra libertà. Ma bastano pochi secoli, e Karl Marx scrive (è il 1845) la sua XI tesi su Feuerbach: "I filosofi hanno solo interpretato il mondo, in modi diversi; ora si tratta però di cambiarlo". Heidegger diceva che il pensiero ha il compito di cercare l’unica cosa di cui c’è bisogno, cioè che manca. E il philosophein è il cercare, appunto, ciò che manca. Se per Marx essere nel mondo è una necessità ineluttabile per il pensiero, cui esso non può opporsi, la necessità che si pone, quindi, è quella del
trasformare. Meditiamolo..
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