Il governo dei pochi si chiama oligarchia. L’etimologia della parola risale a due termini greci: significa “il governo di pochi”. Ne parlò Platone, con preoccupazione. La costituzione oligarchica stabilisce, imponendolo con la forza delle armi o dell'intimidazione, un criterio censitario per l'accesso alle cariche pubbliche e al governo della città. La città oligarchica sarà governata da una minoranza, più o meno numerosa a seconda della soglia di censo fissata come criterio per attribuire i diritti politici. Il suo errore fondamentale è dovuto proprio al suo caratteristico criterio censitario: se un criterio simile fosse adottato, dice Socrate, per la selezione dei piloti delle navi, un povero, anche competente, verrebbe escluso, a vantaggio di un ricco, anche incompetente. Il risultato sarebbe una cattiva navigazione. Inoltre, la città oligarchica è intimamente conflittuale, perché è quasi composta da due città, una di ricchi e una di poveri. In caso di guerra, i ricchi sono costretti a servirsi del popolo armato, e a temere più quello dei nemici, oppure a mettere in campo un esercito di pochi. Infine, l'andamento del mercato costringerà alcuni a vendere tutto quello che hanno ad altri. Si creerà, così, una minoranza di ricchi e una maggioranza di poverissimi. Ove il denaro è identico al potere fra coloro che si conserveranno o diventeranno ricchi ci saranno molti parassiti e molti malfattori, che sfruttano e taglieggiano gli altri. Con un salto di secoli, il teorico della politica Robert Michels, con la sua "legge ferrea dell'oligarchia", mette in evidenza come i partiti tendano a concentrare il potere in una cerchia ristretta di uomini, producendo un distacco sempre più ampio tra i dirigenti del partito e gli iscritti. Tale distanza tra classe dirigente e iscritti provoca, secondo Michels, un'organizzazione oligarchica del partito, in cui i dirigenti perseguano di fatto i propri interessi e solo formalmente gli interessi delle masse. Michels dimostra che l'organizzazione oligarchica dei partiti permette di concentrare il potere nelle mani di pochi dirigenti, oltre ad impedire che le candidature politiche vengano fatte dal basso. E, per dirla con Alessandro Manzoni, “Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo trovava il vantaggio d'impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti”. I più onesti, dice Manzoni, se ne servivano per difendersi; “gli astuti e di facinorosi” per portare a termine ribalderie, per le quali i loro poteri personali non sarebbero bastati, e per assicurarsene l’impunità. È il caso di sottolineare evidenti consonanze con il nostro presente?
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venerdì 30 settembre 2011
sabato 3 settembre 2011
I buoni pateno, i tristi reggono
“Essi confessano che nel mondo ci sia gran corruttela, e che gli uomini si reggono follemente e non con ragione; e che i buoni pateno e i tristi reggono”. Così Tommaso Campanella, ne “La città del Sole” (1602), critica i falsi valori della società del suo tempo in cui si pensa che gli ignoranti, solo perché “son nati signori o eletti da fazione potente”, siano in grado di governare più dei sapenti. Campanella auspica la ricostruzione del rapporto tra natura e ragione, tra religione e politica, tra conoscenza e vita civile. In una realtà storica in cui domina la pratica del “mostrarsi quel che non sei, cioè d’essere re, d’essere buono, di essere savio e non esser in verità”, il saggio soffre, quando non venga perseguitato. Il filosofo auspica un modello in cui la sovranità non si fonda sui privilegi ereditari o sulle ricchezze, ma sulla virtù del sapere. La città del sole rappresenta dunque la proiezione di un modello di società pacifica e giusta in un luogo immaginario, in un’utopia (ou topos, non luogo) in cui si manifesta il desiderio di un totale rinnovamento civile e spirituale: la politica fondata sulla moralità. Sono evidenti gli influssi di Platone (la “Repubblica”, con il modello comunitario di donne e beni e con la frugalità e la temperanza dei “reggitori”), del profetismo millenaristico cristiano di Gioacchino da Fiore, e soprattutto da “De optimo rei publicae statu deque insula Utopia” o più semplicemente “Utopia”, la grande opera di Thomas More (1516 circa), epitome dell’umanesimo critico di origine erasmiana. Non a caso, Erasmo da Rotterdam e Tommaso furono legati da profonda amicizia. Un'opera, “Utopia”, in cui Moro si riconosce – ancora - debitore a Platone e alla sua “Repubblica”: "Ora io sono come la città di Platone, la cui fama vola attraverso il mondo". Tornando a Campanella, notevole è l’insistenza sul valore della conoscenza e la lotta all’ignoranza, come è ben sintetizzato in questi suoi versi: “ Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia […] Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno, ingiustizia, lussuria, accidia, segno, tutti a que' tre gran mali sottostanno che nel cieco amor proprio, figlio degno d'ignoranza, radice e fomento hanno ». Chi avesse oggi buone orecchie, trarrebbe gran giovamento da questa lettura.
pubblicato il 29 luglio 2011
sabato 20 agosto 2011
Un elenco
Anch’io vi farò un elenco, oggi. Un elenco di citazioni, in cui leggere alcuni dei motivi per cui la filosofia è importante, o almeno, in molti la riteniamo importante, o almeno, io penso che sia importante. Cominciamo con una filosofa, Iris Murdoch, che ha lavorato in vari campi disciplinari, utilizzando anche la forma del romanzo e, pure, la forma del dialogo platonico: “Filosofeggiare significa esplorare il proprio temperamento, ma in pari tempo tentare di scoprire la verità”. Un intreccio sintomatico tra dimensione soggettiva e dimensione oggettiva, tra il confronto con la realtà ed il pathos dell’interiorità. I termini che Murdoch utilizza sono “esplorare” e “scoprire”. Troviamo lo stesso valore semantico in Socrate, che, secondo la testimonianza del suo allievo più grande, Platone, diceva: “La vita non sottoposta ad esame non vale la pena di essere vissuta”. Conosci te stesso, infatti: perché, come avrebbe detto molti secoli dopo Jean-Paul Sartre, “L’uomo altro non è se non ciò che fa di se stesso”. Una dimensione potentemente soggettiva, propria di un pensiero filosofico che farà fulcro sulla pratica della libertà. Sulla coppia libertà-dovere lavora la riflessione di Immanuel Kant, secondo cui è necessario ottemperare al dovere morale perché la legge morale è fine a se stessa, ed è dettata dalla ragione. Scrive Kant: “Assicurare la propria felicità è un dovere, perlomeno indirettamente; infatti l’insoddisfazione per la propria condizione di esseri oppressi da molte ansie e bisogni insoddisfatti può facilmente diventare una grande tentazione e trasgredire il dovere”. Per Kant, l’autonomia della morale si fonda sul fatto che l’”imperativo categorico”, quale “forma a priori”, discende direttamente dalla ragione. Scrive infatti: “Ciò che io riconosco immediatamente come legge per me, lo riconosco con rispetto: e questo non è altro che la coscienza della subordinazione della mia volontà a una legge, senza alcuna mediazione della sensibilità”. Non ha quindi “valore morale” l’azione che deriva da una “causa” esterna alla ragione, ma non l’ha neanche quella che deriva da una “finalità”.“E’ quindi la legge morale della quale diventiamo consci (appena formuliamo le massime della volontà), ciò che ci si offre per il primo e che ci conduce direttamente al concetto della libertà, in quanto la ragione presenta quella legge come un motivo determinante che non può essere sopraffatto dalle condizioni empiriche perché del tutto indipendente da esse”. Con la posizione kantiana che postula lo stretto rapporto tra dovere e libertà chiudiamo queste brevi note sulla essenzialità della filosofia per la vita. Essenzialità cognitiva, pratica, debitrice al dovere, alla libertà ed, anche, al piacere. Non senza, però, aver letto questi versi di Thomas Stearns Eliot: “Non cesseremo di esplorare/e alla fine della nostra esplorazione/Arriveremo dove abbiamo cominciato/E per la prima volta
conosceremo il luogo”.
pubblicato il 3 dicembre 2010
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